Viva Diu e San Calò
Viva Diu e San Calò: con questa espressione di lode, ripetuta più volte, a voce alta, vigorosa e trascinante, ha inizio verso le ore 11.00 del 18 Giugno di ogni anno la processione in onore del Patrono di Naro, San Calogero Eremita.
C’è molta devozione per questo santo venuto dalla Calcedonia e “niuru cuomu la pici pirchi ‘ntra na ‘nuttata mitì setti feuda” in tutta la Sicilia dove svolse la sua attività pastorale e taumaturgica. Si tramanda anche che sia comparso in sogno ad una terziaria francescana, suor Serafina Pulcella dei Marchesi della Damsa Lucchesi Palli, nell’anno 1624, anno in cui il terribile morbo della pestilenza causava vittime nel territorio di Naro per assicurarne la sua intercessione.
In tempi passati la presenza dei pellegrini era massiccia, una fiumana di gente, ma oggi molte cose sono cambiate: il simulacro del Santo non sta insieme a persone affette da disturbi di diversa natura sulla “straula” , per cui il detto “ tirari la straula”, mezzo rustico trainato da animali e usato per il trasporto di covoni, di sacchi di grano e di fave, , ma da solo su una jeep e sotto un baldacchino rosso. È rimasta la tradizione di tirarla con funi e la calca dei fedeli ansiosi di ricevere una grazia è tale che se non si fa molta attenzione si rischia di cadere rovinosamente e di fare inciampare gli altri.
Dopo la funzione nessuno va a mangiare “ roba cotta”, interiora di ovini che venivano cotte in pentoloni aromatizzandole con erbe, “le froscie ”, “ i pira du Siritinu”, “li primi bifari”, accompagnando quel delizioso pasto con buon vino all’ombra di un arco, “turchettu”, o sotto qualche balcone.
Nessuno può più comprare a ricordo della sua partecipazione alla processione o alle messe in onore di San Calò da “Liuni, lu puparu caniattinisi ” la statuina di San Calogero di carta pesta con la testa di terracotta di colore nero; si accontenterà di una in plastica o di una immagine del Santo, magari quella in cui è con il cacciatore e la cerva ferita al collo con una freccia, ma viva, e accettando il fatto che il viso del “bel vecchio” sia bianco.
Ogni anno che passa, le bancarelle diminuiscono e i venditori si fermano pochi giorni non aspettando neanche l’ottava della festa.
Si continua a portare al santuario il pane da benedire per grazia ricevuta e che ha forme particolari: braccia, gambe, corpi un po’ sproporzionati, ma da mangiare solo dopo la preghiera.
La tradizione di fare il viaggio a piedi scalzi su per “ la muntata ”, vecchia trazzera regia che portava al ghetto ebreo, la salita, è ancora viva soprattutto nel ricordo della mia generazione, ma manca la consapevolezza, a volte, che il Signore sa di cosa abbiamo di bisogno e che taluni sacrifici sono retaggi di una fede che non si è ancora radicata in modo determinante nella Parola di Dio.
Ai giovani interessa più l’aspetto gioviale della festa che quello religioso: si arriva al punto di entrare in santuario e passare davanti al Santissimo Sacramento “ allianatamenti ”, ossia senza genuflettersi e fare il segno della croce per scendere nella chiesetta a vedere la grotta dove si dice pregasse il Santo e da dove attraverso un cunicolo raggiungesse i suoi fratelli a Sciacca.
Non si dovrebbe dimenticare la netta differenza tra adorazione e devozione, tra preghiera mnemonica e preghiera che è lode continua a Dio Altissimo, l’unico che può elargire grazie secondo il progetto d’amore che ha per ciascuno di noi.
E la “ lingua a strascicuni ” ? Grandissima sofferenza non permessa assolutamente dalla Chiesa: una persona puliva con un fazzoletto le mattonelle dal fondo della chiesa all’altare mentre un devoto le leccava tutte! Terribile cosa!
E la raccolta di una somma di denaro, bussando casa per casa, chiedendo monete di piccolo e specifico taglio? Buono come esercizio di umiltà; a farlo oggi ti butterebbero una monetina dal 4° piano di un palazzo.
Ci sono sicuramente ben altri modi per esprimere riconoscenza a nostro Signore e per chiedere aiuto.
Ricordo che anche mia mamma non si sottraeva ad alcune di queste tradizioni, dal viaggio “ ‘a piduni ” da casa nostra al santuario dal 18 Maggio al 18 Giugno, a volte con me, chiedendo con preghiere e giaculatorie l’intercessione del nostro patrono che gli anni scolastici si concludessero nel modo migliore per le sue tre figlie e non solo per quello, alla “pasta di san Calò”, spaghetti cotti, non conditi, mangiati con le mani da quanti condividevano con lei la gioia della grazia ricevuta.
E la nonna? Non mi ricordo; ma, sicuramente si! Soprattutto per “so figliu Caliddruzzu ”.
Quante pene per questo figliolo che si è ammalato così giovane, lui che caricava sulle spalle pesanti sacchi di frumento e a cui piacevano feste e “ tavuliddri ” e che a causa della malattia usciva sempre più di rado . Un’occasione era per il 18 Giugno e in compagnia non degli amici ma con la nonna, mia mamma e noi ragazze e solo per andare in piazza Francesco Crispi, “ ‘o Carminu”, dove dal bancone del tiro a segno sparava qualche colpo a pacchetti di biscotti wafer , bambole o animaletti di pezza per noi, di sera e in una confusione che sapeva di gioia e di serenità ma non per tutti.
E il nonno? Non potendo gustare tutti insieme in piazza Garibaldi il gelato a pezzo, ce lo portava a casa.
La nostalgia mi prende nel ricordare queste cose e provo tanta tenerezza in gesti cosi semplici ma così ricchi da amore.
Un anno, penso che fosse il 1963, sotto proprio la festa, due carabinieri, bussarono alla nostra porta, portavano una brutta notizia dalla Germania: mio padre era stato investito da una macchina.
Che dolore, che grande confusione!Partenza improvvisa di mia madre, con lo zio Antonino, fratello di mio padre; a guardare la foto di mia madre in bianco nero per il passaporto, i suoi occhi smarriti in un viso magro. capiremmo quale fosse il suo stato d’animo per quella disgrazia.
Il tempo passa, i genitori, i nonni ci lasciano, ma restano i ricordi di momenti trascorsi insieme, come le feste, ed indipendentemente dal fatto che possano essere di gioia o di sofferenza, sono belli e vissuti da loro con grande forza, fede, dignità. Perché non mi soffermo di più sulle peculiarità delle feste a Naro, piuttosto che parlare dei miei ? Vedendo passare la processione dal balcone di casa , mi succede di osservare i visi delle persone: sereni, in devozione, preoccupati, belli, meno belli, il loro modo di muoversi, il loro modo di salutare, di pregare, se cantano o meno, e penso che ognuno di noi in quel giorno sta vivendo la sua giornata, diversa l’una dall’altra, che in ogni gesto, in ogni sguardo si manifesta letizia o preoccupazione.Vengono offerti a Dio?.
Taluni sostengono che “cu’ è natu è destinatu”, altri sono superstiziosi, altri si sforzano di credere, altri hanno una fede all’acqua di rose, altri sono rassegnati alla Volontà di Dio, altri credono ma non riescono a capire e quindi si lamentano, protestano, si arrabbiano, vorrebbero sapere il perché di una vita così amara, pochi penso si abbandonano alla Volontà di Chi ci conosce prima ancora che noi nascessimo,l’'Autore della vita, che con noi gioisce e soffre, che non manca mai di sostenerci con il Suo Amore.
Quanti non credono sorrideranno di queste parole, ammiccheranno qualcuno. Le solite vecchie bigotte credulone! Oppure si limiteranno a non dire alcunché. Non sanno. Il silenzio in determinate situazioni è veramente d’oro!
Nessuno è in grado di dare delle risposte ai tanti perché.
Con il tempo la scienza potrà fare la sua parte e convincere. Esaurientemente? Anche le teorie e le leggi sono mutevoli, ma umanamente è giustissimo cercare, interpretare, “nati non fummo per vivere come bestie” , ma,“ nun cadi foglia si nun c’è vuliri di Diu”.
Da Dio vengono elargiti doni , quali la luce dell’intelletto, il desiderio della conoscenza e della ricerca, e tutte quante le virtù ma con le dimensioni del seme di senapa, che vanno valorizzati , fatti crescere, messi a disposizione di tutti, perché questa povera umanità viva dignitosamente ogni giorno: Non ci si dimentichi, però, di ringraziare il nostro Padre benefattore, arrivato al punto di inviare il Figlio Gesù per la salvezza delle nostre anime, imitando i santi e quanti pur non essendo riconosciuti tali hanno cercato nel loro pellegrinaggio terreno di essere strumenti nelle mani di Dio per la realizzazione del Suo regno.
Giusy Aronica