Torna a santi francescani Beato Felice da Nicosia
Cappuccino
Giacomo Amoroso nacque a Nicosia nel 1715, il padre Filippo era calzolaio e la madre Carmela Pirro badava alla numerosa famiglia. Il padre decise di far lavorare il figlio nella calzoleria più importante del paese affinché si specializzasse in questo mestiere. Giacomo presto imparò il mestiere e nello stesso tempo si era avvicinato alla congregazione dei Cappuccinelli presso il convento di Nicosia.
Era per tutto esempio in quanto la sua spiritualità la testimoniava in tutte le cose di ogni giorno. Nel 1733 decise di chiedere di entrare come fratello laico nell'ordine dei Cappuccini, ma non fu accolto, anche a causa delle condizioni economiche precarie della sua famiglia alla quale era fondamentale il suo apporto. Una volta morti i genitori nel 1743 riprovò a chiedere di essere ammesso tra i Cappuccini direttamente al provinciale che era in visita a Nicosia, e, finalmente, dieci anni dopo la sua prima richiesta venne ammesso al noviziato nel convento di Ristretta con il nome di fra Felice.
L'anno
seguente fece la professione e fu inviato nello stesso suo paese di origine dove
per 43 anni esercitò il compito di questuante. Nel convento esercitò vari
lavori, portinaio, ortolano, calzolaio e infermiere, fuori era il questuante non
solo a Nicosia ma anche nei paesi vicini, Capizzi, Cerami, Mistretta e Gagliano.
Si definiva "u sciccareddu", l'asinello che carico portava quanto raccolto al
convento.
Aveva una particolare predilezione per i bambini, dalle sue tasche tirava fuori
una noce, delle nocciole o delle face le regalava ai fanciulli ed in base al
numero di queste cose ricordava loro le piaghe di Gesù, la santissima Trinità, i
dieci comandamenti, piccoli regali che però davano l'opportunità a fra Felice di
fare una breve e semplice lezione di catechismo.
Se per strada incontrava poveri con carichi particolarmente pesanti dava loro
una mano per aiutarli, aiutava gli ammalati e cercava di fare qualcosa per i più
bisognosi. Tutte le domeniche era solito andare a trovare i carcerati.
Il superiore nonché padre spirituale spesso lo trattava duramente, lo umiliava
appioppandogli nomignoli quali poltrone, ipocrita, gabbatore della gente, santo
della Mecca, fra Felice rispondeva a ciò dicendo "sia per l'amor di Dio". Ancora
il superiore spesso lo obbligò ad esibirsi nel refettorio del convento con abiti
carnevaleschi, distribuendo una massa di cenere impastata come fosse ricotta
fresca, che miracolosamente lo diventò veramente.
Fra Felice distribuiva delle striscioline di carta sulle quali erano scritte
delle invocazioni alla Beata Vergine e le utilizzava come rimedio infallibile
per tutti i mali, appendendole alle porte delle abitazioni dove vi erano
sofferenti ammalati o poveri, contrastava il fuoco che aveva attaccato i covoni
da trebbiare, oppure appendendole nelle cisterne prive di acqua. Spesso
avvenivano grazie ed eventi miracolosi che non facevano altro che accrescere la
fama di fra Felice.
Una volta alleggerito da tutti i servizi data l'avanzata età e la malferma
salute si dedicò alla preghiera.
Verso la fine del mese di maggio 1787 mentre era nel suo orto si accasciò senza
più forze e dopo alcuni giorni nel suo letto raccomandandosi a S. Francesco e
alla Madonna chiese al superiore il l'obbedienza di morire. Morì il 31 maggio
del 1787. Fu dichiarato Beato da papa Leone XIII il 12 febbraio 1888.
Papa Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione, lo ha
proclamato santo il 23 ottobre 2005 in piazza San Pietro.
I poveri sono la persona di Gesù Cristo, e si devono rispettare. Riguardiamo
nei poverelli e negli infermi lo stesso Dio, e soccorriamoli con tutto l'affetto
del nostro cuore e secondo le proprie nostre forze. Consoliamo con dolci parole
i poveri ammalati e prontamente rechiamo loro soccorso. Non cessiamo mai dal
correggere i traviati con maniere prudenti e caritative.
(Beato Felice da Nicosia)