Servo di Dio Giuseppe Maria da Palermo
Cappuccino
Nel cuore del Convento dei Frati Minori
Cappuccini di Sortino, si conservano le spoglie mortali del Servo di Dio Fra
Giuseppe Maria da Palermo (al secolo Vincenzo Diliberto).
Giovane novizio cappuccino la cui fama di santità riecheggia ancora forte, e le
cui virtù non ci lasciano indifferenti, nonostante centoventi anni siano
trascorsi da quando serenamente si ricongiunse al Padre Celeste.
Vincenzo nacque a Palermo il primo febbraio 1864 da una famiglia benestante. Il
Padre Nicolò era ispettore del genio civile, la madre Rosa era casalinga.
La figura di Fra Giuseppe si colloca in un periodo in cui dopo l’Unità d’Italia,
la realtà siciliana era al centro dello scontro politico. La città di Palermo se
da un lato si presenta come paradiso in terra, grazie alla gentilezza dei suoi
abitanti, alla struggente bellezza della natura, al clima, alle magnifiche opere
architettoniche di cui si abbellisce e per le quali viene definita come una
delle città più belle d’Europa, dall’altro lato offre di sé un altro aspetto: è
la città che conserva e protegge i luoghi che hanno visto omicidi, violenze,
avvertimenti di prepotenza; luoghi di delitti, di latitanti introvabili solo per
le Istituzioni, ma non per i cittadini; luoghi di interessate reticenze o
segnali di omertà, che fanno fuggire o assolvere i responsabili di gravi
crimini.
Questo stato di cose prolifera facilmente soprattutto perché il governo è
impotente: pur essendo gli stessi in Sicilia come nel continente d’Italia,
quegli ordinamenti giudiziari e amministrativi che devono assicurare
l’applicazione delle Leggi, l’efficacia degli stessi ordinamenti non è la
medesima. Infatti, per prevenire i delitti, per punirli, per mantenere l’ordine
e l’osservanza delle Leggi, la Polizia, la Magistratura, l’Autorità, hanno
bisogno di querele, di denunce, di testimonianze, hanno bisogno della
cooperazione dei cittadini. Ma questa è la terra dell’omertà, della paura, del
dominio dei forti sui deboli.
Questa visione così pessimistica della società siciliana è attenuata dall’azione
di alcuni uomini di pace, i quali mettono in evidenza quell’amor proprio tipico
degli isolani, capace di suscitare elementi morali idonei a farli progredire
rapidamente, quando le circostanze non vi si oppongono.
Va serpeggiando, ma il cammino è ancora lungo, presso coloro che non si facevano
intimorire dagli avvenimenti delittuosi, il desiderio di cambiare.
In questo contesto non dei più facili nasce il giovane Vincenzo.
Durante l’infanzia e i primi anni della fanciullezza il piccolo Vincenzo si
mostrò di buon cuore e di buona indole, ma irrequieto fuori dalla norma.
Nell’anno 1873 Vincenzo ed il fratello Enrico furono iscritti all’Istituto
Randazzo, per un solo anno.
A dieci anni studiò nelle scuole elementari dell’Istituto Nautico, e appena
terminato l’anno scolastico tornò all’Istituto Randazzo, e vi rimase fino al
1877. In questo periodo i genitori cercarono di crescere il figlio alla luce
degli insegnamenti della religione, ma con risultati deludenti.
Ad influire negativamente sul carattere oltremodo irrequieto di Vincenzo, fu il
contatto con la società corrotta, per niente mediato dall’Istituzione
scolastica. A riguardo scriverà il Cultrera, noto biografo di Fra Giuseppe:
“Poiché da essa [la scuola] non è solo bandita la religione, unica e vera
fattrice di educazione, ma sovente viene insultata e derisa”.
Del resto la classe dirigente locale non era interessata all’istruzione
obbligatoria ne alla costruzione di scuole, in quanto temeva un popolo istruito
che avrebbe preso coscienza della propria misera condizione.
Il colpo di grazia alle speranze della famiglia di riportare il giovane sul
cammino della maturità e dell’ assennatezza, fu inferto dalla prematura e
improvvisa morte della madre, nell’aprile del 1877.
Questo triste evento, segna ancora di più il carattere del già irrequieto
Vincenzino, che trova sfogo in una serie copiosa di monellerie. In famiglia
tutti lo tenevano d’occhio, sia l’impegnatissimo padre Nicolò, sia i parenti
tutti, ma egli sapeva scaltramente eludere la vigilanza e per quanto si stesse a
sorvegliarlo, raramente si riusciva a coglierlo in flagrante.
A Riguardo scrive ancora il Cultrera: “ Una volta fu visto saltare dalla
ringhiera della terrazza di casa, e, poggiando i piedi sulle grate sporgenti
delle camere sottostanti scendere in giardino, e poi con nuovo ardimento
risalire, appoggiandosi all’inferriate delle finestre. Talvolta i suoi giochi
erano più pericolosi. Arrampicandosi sulle persiane dei balconi, già ben
disposte, saliva su piano piano, come fossero una scala finchè arrivava sul
tetto di casa. E qui il rischio era evidente, perché, se si fosse spezzata
qualche stecca, precipitando sull’inferriata sottostante, si sarebbe addirittura
tagliato in due. Un giorno prende una scala a pioli, l’osserva e pensa come
potersene servire. Salirvi sopra, poggiandola semplicemente alle pareti era cosa
usuale, egli invece voleva esercitarsi nello straordinario e nell’ardimentoso.
Pensa di trasportarla sulla terrazza e la poggia al muro ed invece di salirvi
regolarmente dalla parte anteriore, vi si arrampica dalla posteriore, e tutto
lieto di aver trovato anche là di esercitare il suo ardimento e l’ingegno, sale
frettoloso, facendola traballare continuamente; ma essendo il pavimento di
mattoni lisci, quand’egli era già in cima, la scala scivolò, ed egli sbatte sul
suolo, rimanendo malconcio e insanguinato. A questa scena dolorosa aveva
assistito la sorella Concettina, alla quale, appena caduto, non potendo parlare
per lo stordimento, aveva fatto segno di stare zitta e non chiamare nessuno, ma
siccome la bambina corse dai parenti, che insieme con le cure non gli
risparmiarono i rimbrotti, egli, adirato, le disse: “Non dubitare, morrai
inforcata!”. Ma i pericoli sembravano fatti per eccitare maggiormente la sua
temerità.
Da queste monellerie che rientrano nella sfera della fanciullezza, Vincenzo
passerà a quelle della gioventù.
Cresceva in lui una smisurata passione per la ginnastica che a nulla avrebbe
nociuto se non l’avesse distolto ulteriormente dagli studi. Trascorreva poco
tempo in famiglia, e quando era presente si irritava facilmente con tutti, e
maltrattava i fratelli, le sorelle e la matrigna.
Sui compagni pretendeva di imporsi, anche a costo di “venire alle mani”, a tutti
voleva far sentire la sua superiorità, anche quando era dalla parte del torto.
Era insomma uno di quei caratteri irrequieti che raramente danno pace, a chi li
circonda.
Anche a scuola, molto svogliato, era appagato quando riusciva a far scoppiare
disordini, i compagni e i maestri erano davvero stanchi di lui, per questo fu
cacciato una prima volta dall’Istituto Randazzo.
A poco o a nulla valsero i tentativi del padre a farlo rinsavire e, nonostante
le punizioni da lui inferte erano davvero esemplari, Vincenzo le accettava con
rassegnazione e senza mai mancare di rispetto al padre, ma subito dopo ritornava
alla stessa condotta.
Dopo essere stato riammesso per una seconda volta all’Istituto Randazzo, a causa
della cattiva condotta viene, nuovamente e definitivamente, espulso.
Ma il padre non si arrende ma si convince ancora di più che l’unico rimedio
efficace è l’educazione religiosa. Pensò allora di mettere il figlio nelle mani
del sacerdote Giuseppe Colavincenzo, la cui fama di severità era ben nota, e per
tale motivo il giovane Vincenzo fu iscritto al convitto S. Rocco, di cui il
Colavincenzo era direttore.
Al convitto S. Rocco Vincenzo a causa della sua fama, che non gli faceva di
certo onore, venne isolato da tutti, compagni ed educatori. E questo
naturalmente non l’aiuto a cambiare la sua condotta, ma a peggiorarla.
Il direttore lo sorvegliava e spesso lo sottoponeva a castighi, che il giovane
accettava con la rassegnazione di sempre. Il padre Colavincenzo, pensò che il
metodo migliore da adottare era quello di isolarlo. Mentre per tutti aveva
parole dolci, nei confronti di Vincenzo si dimostrava austero e indifferente, lo
stesso Colavincezo affermerà: “Io lo trattavo sempre con serietà e qualche volta
con durezza perché per indole restio all’adempimento dei suoi doveri, e questo
nel primo anno”.
Fu quella solitudine che iniziò a piegare l’animo ribelle del giovane.
La Provvidenza si servì di un episodio alquanto singolare per dare inizio ad una
nuova e più ricca fase della vita di Vincenzo.
Accadde che in seguito ad una esposizione di quadri realizzati dai convittori,
il quadro del convittore Antonio Piraino, raffigurante un volto di Cristo venne
trovato sfregiato dalla lama di un coltello. La cosa destò grande scalpore e
rammarico. Tutti i sospetti caddero sui più scapestrati, ma in modo particolare
su chi tra di loro primeggiava: il nostro Vincenzino.
Ad alimentare i sospetti su di lui, contribuì il fatto che egli non si recò a
vedere il disegno sfregiato.
E se ufficialmente nessuno lo accusò, alle spalle crebbero le voci che lo
volevano a tutti i costi colpevole. Finchè un giorno uno dei convittori ebbe
l’ardire di rinfacciargli pubblicamente il misfatto. Vincenzo che di certo non
sarebbe rimasto inerte a tale accusa, rispose con un pugno contro l’accusatore.
Ma presto dentro di se sentì il peso dell’insano gesto che aveva compiuto,
chiese perdono all’accusatore. Scrisse poi una lettera affettuosissima
all’autore del disegno, affermando che di certo non era stato lui a rovinare il
quadro.
Questo è l’inizio dell’amicizia profonda che nascerà tra i due, che il Piraino
ricorderà con queste parole: “Tanta verità traspariva da quello scritto che non
esitai un momento a crederlo. Quando venne a me, terminato lo studio, e con le
lacrime agli occhi mi chiese se avessi potuto accettarlo come amico, io non
potei fare a meno di abbracciarlo, e quel dì segnò il principio della nostra
amicizia che io mai ebbi l’uguale”.
La fine di quella solitudine, il calore di quella amicizia, schiude il cuore di
Vincenzo, che per troppo tempo ormai era rimasto privo di amore.
Ora sentirsi amato, corrisposto da un amico lo sollevò moralmente, e lo spinse
sulla via del cambiamento: Vincenzo passò dall’apatia all’entusiasmo.
Fino a questo momento, l’amicizia tra i due non si basava su fondamenta
religiose, delle quali il caro Vincenzo nonostante l’educazione religiosa
impartitagli dal Padre, era fortemente carente. Lo stesso Antonio riferirà:
“Fino ad allora nel suo animo non si affacciava alcuna preoccupazione delle cose
di Dio, ma aveva un fine puramente umano. I nostri discorsi in collegio sulle
prime erano di materie scientifiche, essendo egli appassionato per la
meccanica”. Era nota la negligenza di Vincenzo nelle cose riguardanti la fede e
Dio, e del fatto che egli non nutrisse molte simpatie nei confronti dei
sacerdoti. Ma non poteva esimersi in virtù del regolamento alle varie azioni
liturgiche che si celebravano nel collegio.
Così come una goccia a lungo andare perfora la roccia su cui cade, allo stesso
modo la parola di Dio faceva breccia nel cuore e nell’animo di Vincenzo, il
quale incominciava a dimostrare sempre più interesse per tutto ciò che
riguardava Dio e la religione.
Correva l’anno 1880, e Vincenzo iniziava il terzo anno nel convitto S. Rocco
aveva ormai sedici anni.
Era il mese di maggio e scrisse al padre: “Il diciotto maggio 1880, commisi un
peccato di lussuria per il quale fui assalito da un dolore di testa, da una
mollezza e da una malinconia.”, “ In quei dolorosi momenti, cercai conforto, ma
invano, poiché il rimorso della coscienza per la cattiva vita passata mi fece
accrescere la malinconia”, “Iddio vedendomi in quel misero stato, ed avendo
compassione di me, illuminò la mia debole mente, e mi fece comprendere che solo
nella religione può trovarsi conforto e diletto e non nelle stolte passioni,
nelle vanità del mondo”.
Fu da quel giorno che Vincenzo iniziò la sua vera conversione.
Si abbandonò da subito ad intensi e pesanti esercizi di penitenza, spesso
rinunciava al cibo e al sonno, infatti non era raro che passasse la notte in
preghiera, stando molto attento a non essere notato, per evitare che potesse
apparire singolare agli occhi dei convittori. Tra le varie penitenze, soleva
mettere gli sportelli di un armadio o una tavola da disegno sotto le coperte e
vi si distendeva come su di una croce. E quando i professori gli ricordavano che
prima di tutto veniva lo studio il quale era anche preghiera, lui rispondeva che
in matematica cambiando l’ordine degli addendi il risultato rimaneva invariato e
quindi se studiare è come pregare, a sua volta pregare è come studiare, e quindi
non si sarebbe mai stancato di pregare e fare penitenza, sempre sotto lo stretto
controllo e la più totale obbedienza al direttore spirituale.
E nonostante le penitenze a cui si sottoponeva lo esponevano alla derisione di
alcuni compagni, egli non si perdeva d’animo e con tenacia si sforzava di
parlare a tutti della bontà di Dio, della vanità del mondo, della brevità della
vita, dell’importanza del pentimento.
Erano molti i compagni e i docenti che lo guardavano ormai con grande
ammirazione, e lo stile di vita che conduceva gli valse il titolo, quasi
profetico, di: “Il cappuccino”.
Esauriti gli studi al convitto S. Rocco, Vincenzo trascorse un periodo in casa
per approdare poi al seminario arcivescovile di Palermo.
L’ingresso del nostro Vincenzo presso il seminario, non fu senza ostacoli,
riportiamo parte della lettera che scrive al padre, per ottenere il permesso
tanto agognato: “O padre,o padre mio,vengo a parlare con la presente […] della
salvazione dell’anima mia. […] Ora voglio palesarle la causa della mia
conversione. Lei ben si rammenta che prima di entrare in collegio ero molto
avverso ai doveri religiosi; ebbene, entrato quivi, rimasi con i medesimi stolti
principi. Però volere o non volere ero costretto ad ascoltare la messa, a
confessarmi, a farmi la comunione. […] Quindi a poco a poco mi andavo
assuefacendo a quella maniera di vita, che del resto non mi riusciva tanto
incomoda. Le continue e sante prediche del direttore, senza accorgermene
facevano breccia nel mio cuore, e mi istillavano dei sentimenti giusti e santi.
Quindi quell’avversità e quel disprezzo che avevo contro la religione e i suoi
ministri, a poco a poco si andava cambiando in amore. […] Quindi lei sarebbe
stolto e crudele se osasse opporsi alla mia vocazione. […] Dunque per
conchiudere le ripeto, per una seconda e ultima volta, non mi neghi questa
grazia, poiché ciò potrebbe essere causa della dannazione dell’anima mia”.
Quando finalmente otterrà il tanto anelato permesso, Vincenzo penserà di aver
ricevuto la grazia più grande, per la quale non si sarebbe mai stancato di
ringraziare il Signore.
Era il giorno di Pentecoste, il cinque giugno 1881 quando entrò in seminario, la
sua fama l’aveva preceduto, e tutti i seminaristi lo aspettavano trepidanti di
curiosità. Volevano conoscere quel giovane convertito che già al S. Rocco aveva
fatto molto parlare di sé.
Il giovane Vincenzo, per questi motivi aveva sempre l’attenzione di tutti i
compagni i quali stavano ben accorti a non perderlo d’occhio, nelle varie ore ed
attività della giornata.
La vita del seminario con i suoi orari ben scanditi e ben organizzati, lo
soddisfaceva pienamente, pur rimanendo sempre gioviale e allegro con tutti, non
rinunciava ai suoi duri esercizi di penitenza, rinvigoriti dallo smisurato amore
per l’Eucaristia. Coglie tutte le occasioni per stare dinanzi al tabernacolo,
per trattenersi a lungo e solo in chiesa, per abbandonarsi a dolci dialoghi con
il Padre Celeste. Vincenzo capisce che il centro della sua vita è l’Eucaristia,
e attorno ad essa deve ruotare tutta la sua giornata.
Un giorno scopre casualmente nello stanzino della fisica una finestra nascosta
comunicante con la chiesa, dalla quale si poteva scorgere il Tabernacolo del SS.
Sacramento, e grazie al suo ingegno escogita un sistema di specchi che gli
permette di riflettere l’immagine del Tabernacolo nella stanzetta. In questo
modo, avendo avuto il permesso dei superiori, poteva adorare il SS. Sacramento
anche nelle ore notturne senza essere disturbato e fuori da ogni sguardo
indiscreto.
Il tempo passava in seminario, più di tre anni erano trascorsi dal suo ingresso,
e Vincenzo aveva compiuto vent’anni, durante questo tempo si era fatta strada
dentro di lui in maniera sempre più forte un desiderio di deserto e di vita
eremitica, per questo motivo chiese e ottenne il permesso di fare una esperienza
estiva, di solitudine e raccoglimento nel convento allora abbandonato di Baida.
Durante questo periodo, in cui vive nell’assoluta solitudine, austerità, e
profonda preghiera, in Vincenzo si fa sempre più chiara l’idea di voler
abbracciare un ordine religioso.
Al ritorno da Baida entrando nell’ufficio del suo direttore spirituale, incontra
un giovane frate cappuccino, che aveva da poco finito il noviziato nel paese di
Sortino, Vincenzo non ebbe dubbi: era quello l’ordine che voleva abbracciare.
Dopo un lungo braccio di ferro col padre, ottiene anche questa volta il
permesso, e dopo un periodo passato a casa, nel quale si dedicò anima e corpo al
servizio degli ultimi e dei sofferenti, accompagnato dal fratello Silvestro
giunge alla porta del convento di Sortino, era il gennaio del 1885.
Giunti a Sortino vennero accolti da Padre Eugenio Scamporlino, una figura molto
nota in quei tempi, che godeva di una grande stima in tutta la Sicilia.
Il Padre Eugenio dal sottile fiuto, interrogò il giovane, sulle motivazione che
lo avevano spinto ad abbracciare questo ordine religioso. E Vincenzo rispose
subito e senza esitare: “Per salvare l’anima”. E dopo averlo messo in guardia
sui rigori che la sua scelta comportava si sentì rispondere con fermezza:
“Questo è quello che io cerco”.
Il giorno 14 febbraio 1885 fu il giorno della sua vestizione, prese il nome di
Fra Giuseppe Maria da Palermo. Quel giorno scrisse al padre: “In quel momento
provai una gioia più grande di quanto ne provano gli uomini quando indossano i
loro abiti più eleganti, giacchè il mio corpo rivestito di una povera tunica,
vesto l’anima di un abito elegantissimo qual si è appunto quello della virtù
delle povertà”.
Inizia da subito una vita molto umile e austera. Sceglieva sempre gli incarichi
più umili, che svolgeva con gioia e dedizione. Mortificava gli occhi riducendo
all’essenziale il campo visivo, pane poco o niente affatto, sempre ubbidiente
non solo ai comandi ma anche ai consigli. Portava il cilicio sulla nuda carne,
provocandone il sanguinamento. La notte spesso non dormiva perché intento a
pregare. Durante le torride giornate estive, quando era concesso anche il vino
egli non beveva, preferiva un solo abito, mentre ne erano concessi due e un solo
paio di sandali.
E’ vero, è probabile che oggi tutte queste penitenze e mortificazione possano
apparire ai nostri occhi esagerate e anacronistiche, incomprensibili. Dobbiamo
innanzitutto contestualizzarle, di fatto è solo dopo il Concilio Vaticano II che
c’è stato un recupero delle realtà terrene, riconoscendo una dignità maggiore
anche al corpo. Tenendo presente questo, non dobbiamo neanche demonizzarle tali
penitenze e mortificazioni, in quanto Fra Giuseppe aveva ben compreso, lui che
l’aveva sperimentata la dissolutezza, l’importanza di “tenere a freno” quel
fratello corpo che con facilità poteva riportarlo alle antiche e stolte
passioni. E soprattutto il grande amore per Cristo, lui che per noi ha donato la
sua vita fino al sacrifico più grande sulla croce, meritava un po’ di quella
sofferenza, e vi assicuro che l’amore per Cristo rende dolci tutte le penitenze
e mortificazioni.
Fra Giuseppe in convento era un po’ un modello per tutti. Un teste afferma: “Fra
Giuseppe Maria era la meraviglia della fraternità, l’esempio per tutti”. Padre
Eugenio conferma: “Non appena fra Giuseppe Maria da Palermo indossò l’abito
religioso da novizio cappuccino, diede prove innegabili, chiare ed evidenti di
tutte le virtù”. Padre Innocenzo da Sortino riconferma: “Nel tempo del noviziato
il Servo di Dio esercitò tutte le virtù cristiane e religiose con la massima
perfezione”.
Le continue penitenze e mortificazioni ben presto lo costringeranno a letto. Nel
1885 infatti Fra Giuseppe avverte i primi sintomi del male che lo porterà alla
tomba: tosse, febbre, dolori acuti al cuore. Dopo una prima ed apparente
guarigione alla fine di dicembre venne colpito da un nuovo attacco di febbre
altissima, al quale non potè resistere.
Nella notte del 31 dicembre, Padre Eugenio trovandolo peggiorato nel male, ma
cosciente di mente gli disse: “ Fra Giuseppe Maria, lo Sposo Celeste vi chiama
alle nozze eterne; non sentite la sua voce? Adesso vuol darvi nel SS. Viatico il
suo ultimo amplesso per trasportarvi in Paradiso”.
Dopo essersi comunicato e dopo aver emesso la professione religiosa, con la
serenità di sempre andava incontro a sorella morte, della quale non aveva nulla
da temere.
“Mantenne costante il volto sereno e quasi gioioso, segno di intima comunione
mistica con Dio”, testimonia Fra Giuseppe da Modica suo compagno.
Fu cosi che Fra Giuseppe Maria si spense il venerdì, primo gennaio 1886 alle ore
0:30, con la corona del rosario in mano e assorto in preghiera.
Alla notizia della morte, numerose persone accorsero in convento, per rendere
omaggio a quell’umile frate che tanto odorava di santità.
Il corpo di Fra Giuseppe, vista l’affluenza ininterrotta di gente, rimase
esposto nella chiesa del convento per due giorni, molte persone cercavano di
ritagliare pezzetti di abito per averne una reliquia.
Il volto del giovane frate era roseo, e nessuno sentiva cattivi odori o segni
decomposizione.
I funerali vennero celebrati giorno due gennaio, ai quali accorsero numerosi
preti, religiosi e numerose persone, anche dai paesi vicini.
La santità di Fra Giuseppe era riuscita a superare le mura di una cella
convenutale, come un fiore profumato che se anche posto in un luogo chiuso,
riesce ad emanare i suoi meravigliosi profumi.
Il trasporto al cimitero avvenne la domenica, giorno tre. Quello stesso
pomeriggio Padre Eugenio si reca nuovamente al cimitero insieme al custode fra
Francesco da Sortino e al barbiere il signor Francesco Blancato.
Dopo aver recitato il De profundis, dopo essersi accostato al feretro P. Egenio
intima al frate orami morto da tre giorni, di essere obbediente anche dopo la
morte, e così dicendo presogli il braccio al taglio di una vena sgorgo sangue
caldo e rosso, che cadde su pavimento.
Altro fenomeno straordinario era la flessibilità delle ossa almeno fino a otto
giorni dalla morte, e il profumo di zagara che emanava il suo corpo.
Dal quel momento i fedeli non hanno cessato di invocarlo: sono numerose le
grazie ottenute per l’intercessione del nostro servo di Dio Fra Giuseppe Maria
da Palermo.
Oggi la devozione verso questo Servo di Dio è ancora presente, anche se molto si
deve operare per far conoscere questa figura ai più lontani.
Si conservano nella chiesa del convento dei frati Cappuccini di Sortino le
spoglie mortali di Fra Giuseppe, custodite in un sepolcro monumentale.
All’interno del convento è presente, trasformata in piccola cappellina, la
celletta dove lui visse, insieme ad una teca con un alcuni effetti personali.
Inoltre a maggio si suole commemorare il Servo di Dio con un triduo di
preparazione e una solenne concelebrazione che generalmente avviene la seconda
domenica dello stesso mese.
Questo umile e piccolo frate oggi parla ai nostri cuori, ci insegna che la
santità è una vetta alla quale tutti possiamo e dobbiamo tendere, egli stesso
scriveva nel suo diario: “Io sento in me un ardente desiderio di farmi santo: io
ho fame e sete della giustizia […] io sento in me un non so che di presentimento
che abbia a farmi finalmente santo; […] o mio Dio, ho un ardente desiderio di
dedicami tutto a voi, senza alcuna riserva”.
Fra Giuseppe ha avuto solo coraggio, il coraggio di cambiare, il coraggio di
andare controcorrente, il coraggio di farsi ultimo, anche se questo costa fatica
e ci rende più deboli agli occhi degli uomini.
Anche noi se apriamo davvero il nostro cuore alla voce del Padre, se ci lasciamo
lavorare da lui come creta nelle mani del vasaio, solo allora potremmo far parte
insieme a Fra Giuseppe di quel giardino profumato, lassù in cima alla vetta
della santità.
Autore: Fra Vittorio Midolo