Torna a santi francescani 

Il venerabile padre

Gioacchino La Lomia

Distributore di misericordia

 

A cento anni dalla sua morte, avvenuta il 30 luglio 1905 nel "suo" convento di Canicattì., la fama di santità del venerabile cappuccino padre Gioacchino La Lomia. lungi dall'affievolirsi mantiene intatta la sua freschezza e quel carattere di grande partecipazione popolare che si ebbe ai suoi funerali quando fu necessario ricorrere all'aiuto della compagnia del 68° reggimento di fanteria per frenare la folla che irrompeva per vederlo l'ultima volta.

 

Infatti il pellegrinaggio ininterrotto dei fedeli presso la sua tomba, adiacente alla chiesa dei cappuccini. intitolata alla Madonna della Rocca, è, della permanenza di questa fama di santità, la testimonianza più eloquente e nello stesso tempo costituisce una clamorosa smentita storica a certe preoccupazioni massoniche che avrebbero voluto altrove la sepoltura dell'illustre concittadino, per impedire ai cappuccini "di sfruttare la superstizione del popolo".

 

Eppure padre Gioacchino era stato un "frate del popolo", nella migliore tradizione dei cappuccini.

 

Nato il31 marzo 1831 in una famiglia nobile di Canicattì, la cittadina balzata oggi all'onore delle cronache economiche per la bontà dell' uva Italia e delle cronache giudiziarie per l'assassinio del giudice ragazzino Rosario Livatino. il baronetto La Lomia si distinse subito anche per religiosità e nobiltà d'animo, non esente da una qualche scappatella propria della fanciullezza.

 

Frequentatore assiduo della predicazione quaresimale dei cappuccini, il giovane rampollo di casa La Lomia ne rimase profondamente segnato nello spirito, tanto da chiedere di entrare nell'Ordine e ricevervi, nel noviziato di Agrigento, con il nuovo abito il nome nuovo: fra Gioacchino Fedele da Canicattì.

 

Alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale, ricevuta a Palermo il 2 giugno 1855, fra Gioacchino aveva formulato propositi ben precisi, tra cui questo: "perché sono sacerdote, devo sempre e in tutto cercare la maggior gloria di Dio e il maggior bene del mio prossimo".

 

Proposito mai smentito nella sua vita apostolica, sia durante il decennio di missione in Brasile, tra il 1870 e il 1880, che al suo rientro in patria, distributore di misericordia, con l'esempio della vita, l'annuncio del Vangelo e il ministero della riconciliazione da un paese all'altro della sua Sicilia, come testimonieranno ai Processi gli innumerevoli destinatari di quel suo farsi tutto a tutti.

 

Quasi tutti i paesi delle province di Agrigento e di Caltanissetta poterono sperimentare i benefici effetti del passaggio di Padre Gioacchino: "lo vedevamo partire con una bisaccetta a volte senza di essa e con un bastone ruvido per appoggiarsi", dice un testimone.

 

Arciprete di Casteltermini "spesso se lo vedeva comparire stanco e trafelato, dopo aver fatto a piedi i nove chilometri dalla stazione al paese, anche in pieno inverno, completamente,  scalzo, con i sandali in mano a causa della  pioggia”.

 

È facile dunque capire perché "la sua presenza era una predica" , perché trascinava le folle" e perché "tutto il popolo aspettava in paese". Era a tutti noto, del resto, che padre Gioacchino avesse il "grande desiderio di distruggere il peccato", e per questo "s'affaticava", "non calcolava fatiche e sudori" e "si iva pristannu" (traduzione libera: non si risparmiava).

 

Il padre Vincenzo Sena, che visse con padre Gioacchino un ventennio, sottoscrive una similitudine densa di spiritualità: come san Francesco fu il più perfetto imitatore di Gesù Cristo, così il padre Gioacchino fu il più perfetto imitatore del serafico Padre. San Francesco fu la copia di Gesù Cristo, padre Gioacchino fu la copia di san Francesco".

 

devotissimo dell'Eucarestia, padre Gioacchino ne faceva il fulcro della sua giornata e l'alimento costante della sua vita  spirituale, sia con la celebrazione devota della santa messa, come pure con l'adorazione prolungata e la cura meticolosa di tutto ciò che avesse un riferimento al mistero dell'altare.

 

Ormai lo sapevano tutti: quando il padre Gioacchino non era  in missione o nella sua cella, lo si poteva trovare davanti al tabernacolo in meditazioni dense di affetto che sfioravano l'estasi mistica.

 

Dalla preghiera poi padre Gioacchino attingeva i contenuti della sua predicazione e nella preghiera trovava la ragione più profonda quell'alone di popolarità di cui era continuamente circondato e quasi assediato, annunziando la penitenza  e la misericordia.

 

Anche su questo argomento troviamo nei Processi espressioni emblematiche come "apriva il cuore alla speranza parlando della  misericordia di Dio", "lo vedevo affannarsi  nelle prediche  per  riscaldare tutti dell'amore di cui ardeva nelle penitenze, per rendersi propizio il Signore e fare cadere  le benedizioni sui peccatori e tutti potessero amare Dio “. A volte fu udito pregare “: i pec cati del popolo,  o Signore, me li prendo io", proprio perché padre Gioacchino "era tutto per il popolo", "il suo influsso sul popolo era grandissimo", "il suo ascendente sul popolo fu immenso".

 

E la popolarità del cappuccino di Canicattì, a volte creava problemi alle sospettose autorità del nuovo Stato unitario e qualche volta aiutava a risolverli.

 

A Naro, per esempio, fu grazie alla presenza e alla parola del padre Gioacchino che si sfiorò un bagno di sangue, per un tumulto scoppiato all'epoca dei Fasci siciliani quando la gente gridava a squarciagola: "vogliamo pane!”, dirigendosi contro le autorità e muovendosi all'assalto dei magazzini pubblici.

 

Padre Gioacchino, con la sua mitezza e il suo fascino popolare, fu artefice in quel frangente di un duplice miracolo: portò la folla in chiesa per una preghiera e convinse i proprietari ad aprire i magazzini e distribuire i viveri.

 

A Sommatino, invece, la popolazione inferocita per il permesso negato al padre Gioacchino di erigere una croce a ricordo degli esercizi spirituali da lui predicati, sfiorò la rivolta contro le autorità. La stampa del tempo titolò in toni allarmistici: "I gravi fatti di Sommatino. Una dimostrazione sciolta con la forza. Molti feriti".

 

Per lenire le sofferenze del suo popolo, padre Gioacchino avrebbe voluto costruire in Canicattì un ospedale, ma questo progetto restò incompiuto, come pure il desiderio di un suo viaggio a Roma per un colloquio con il ministro generale dell'Ordine, circa la ripresa della regolare osservanza nei conventi della sua provincia cappuccina in sfacelo, dopo la bufera della soppressione del 1866.

 

Queste rinunzie accrebbero il martirio interiore del cappuccino di Canicattì, purificando la sua anima e preparandola all'approdo luminoso in Dio.

 

Pochi giorni prima di morire, padre Gioacchino chiese perdono ai suoi confratelli con queste parole: "Di niente ho da lagnarmi. .. e se qualche volta vi è stato qualche frainteso è stato solo perché le cose tutte io le ho pensate sempre diversamente dagli altri ... ".

 

Un modo di rivendicare l'originalità della sua testimonianza religiosa, pur nel solco della collaudata tradizione cappuccina e nella sequela appassionata del Vangelo delle beatitudini.

 

(L’ Osservatore Romano, Sabato 30 Luglio 2005)